La storia di Ilya, cantante minacciato dal regime Lukashenko

05/02/2021|In ATTUALITÀ, ESTERI|By Redazione

Negli ultimi 20 anni il regime di Aljaksandr Ryhoravič Lukašėnka ha mietuto molte vittime (LA NOSTRA INCHIESTA A PUNTATE SULLA BIELORUSSIA: PARTE I, PARTE II, PARTE III, PARTE IV, PARTE V). Una di queste è sicuramente il mondo dell’arte, tra multe e arresti nei confronti di chi viene ormai ritenuto scomodo dal presidente bielorusso. Ma quando il personaggio da fermare è un gigante dello spettacolo, bisogna intervenire per altre vie o si rischia il terremoto mediatico.

È il caso di Ilya Silchukou, baritono 38enne di fama internazionale con alle spalle già 22 opere liriche nei teatri di tutta Europa e uno show d’apertura alla seconda edizione dei Giochi Europei di Minsk (dal 21 al 30 giugno 2019). Dopo le contestate elezioni dello scorso 9 agosto, che riconfermarono con molti dubbi Lukašėnka, i vertici del Teatro Nazionale Bolshoi della capitale bielorussa “chiesero” al cantante di tacere dal vivo e sui social su tutto ciò che riguardava la politica e le proteste nelle piazze del Paese e del mondo, in cambio di denaro e posizioni di prestigio. Silchukov si rifiutò e venne licenziato.

Decise in seguito di registrare un video e una canzone divenuti il simbolo delle proteste del popolo bielorusso: “Магутны Божа” (cioè “Dio onnipotente”), clip da oltre 300.000 visualizzazioni su YouTube. La sua è una voce forte della rivoluzione biancorossa, che però è dovuta emigrare per vivere serenamente ed evitare ripercussioni su di lui o sulla sua famiglia, con cui oggi vive nel Nord degli Stati Uniti d’America (per ragioni di sicurezza preferisce non specificare il luogo esatto).

Ilya Silchukou, partiamo dal video-simbolo delle proteste bielorusse: come nasce l’idea?

Si tratta di una preghiera che circa 70 anni fa recitavano coloro che sono emigrati in America dopo la Seconda Guerra Mondiale. Rappresenta il mio manifesto contro il regime ed è stata pubblicata sul mio canale di YouTube in concomitanza col giorno del mio licenziamento, il 29 ottobre. Ho saputo che è entrata subito a far parte nella Top 3 delle canzoni dell’anno del Paese per ciò che riguarda le proteste in piazza. Ne sono felice, perché il mio messaggio coincide con la rivoluzione pacifica che stiamo attuando da ormai circa 160 giorni. Rispondere alla violenza cantando: questo fa un artista, e questo fanno anche i bielorussi. Ci picchiano e noi rispondiamo con le canzoni.

Tu sei mai stato incarcerato o minacciato?

In carcere mai, ma sono stato minacciato prima di venire licenziato. Quando sono cominciate le proteste e la situazione è diventata più difficile di quanto già non fosse, al Teatro Bolshoi mi venne detto di non pubblicare nulla sui miei social e di non parlare, di starmene tranquillo. Se lo avessi fatto, non sarebbe successo nulla di grave a me o alla mia famiglia. Avevo una posizione e un lavoro privilegiati, ero spesso invitato agli eventi politici: se per esempio Lukašėnka incontrava Putin o Merkel, io c’ero. Nonostante questo, non mi ero mai schierato da qualche parte. Nemmeno mi consideravo parte di un’opposizione. Ma dopo quegli avvenimenti e le minacce ricevute, ho scelto di non stare zitto.

Cos’ha comportato la tua scelta, oltre al licenziamento e al tuo trasferimento negli Usa?

Tenendo conto che sono stato licenziato per “comportamento amorale”, rientro due volte in una sorta di “black list” del Paese, che chiaramente esiste di nome e non di fatto. Se io ora mettessi piede in Bielorussia certamente non sarei ben visto. Sarebbe difficile trovare un lavoro, e non per forza legato al mio settore. Tengo a precisare che solitamente è anche difficile andarsene, perché fanno una marea di controlli alle frontiere per capire se e in che modo tu possa essere “pericoloso” e in moltissimi vengono trattenuti in Bielorussia. Avevo molta paura, ma con mia sorpresa mi hanno lasciato partire. Siamo l’unico Paese al mondo Voglio sottolineare però che non volevo scappare da quella situazione, pianifico anzi di tornare a breve.

Il National Opera and Ballet Theatre of Belarus "Bolshoi"
Riesci a dare un contributo alla causa anche vivendo lontano?

Sì, mi do da fare nel mio piccolo per far sentire la mia voce. Per esempio ad aprile mi esibirò per un concerto di solidarietà con dei compositori bielorussi a Monaco di Baviera. Per il resto, sono sempre in contatto con amici musicisti e con persone che mi tengono aggiornato su quanto sta succedendo in Bielorussia. Dato che ho iniziato a prendere lezioni di italiano, tra le mie fonti d’informazione c’è anche l’Associazione Bielorussi in Italia “Supolka”. Oltre a informarmi, mi preoccupo anche per il fatto che molte persone talentuose sono costrette a emigrare. Ma tutti – me compreso – non vedono l’ora di tornare in Paese una volta risolta la situazione.

Fino a un paio di mesi fa tu eri in Bielorussia: che clima si respira?

I bielorussi scendono in piazza ogni giorno, sempre in forma pacifica e sempre chiedendo diritti e giustizia perché sembra di vivere in un mondo surreale, come dentro a un incubo da cui non riesci a svegliarti. Basti pensare alle recenti elezioni: è stato per esempio dimostrato che Svjatlana Cichanoŭskaja ha vinto in diverse zone del Paese, smentendo così le percentuali nei confronti di Lukašėnka. Negli anni, anche chi sosteneva l’attuale presidente è stato costretto ad aprire gli occhi. È bene dirlo: Lukašėnka non è il male assoluto, fece cose buone all’inizio. Ma la deriva antidemocratica e di privazione delle libertà individuali cominciò presto, e ora la misura è colma. Siamo arrivati al punto che le forze dell’ordine rincorrono le persone per strada e le picchiano perché bevono un tè caldo in cortile in gruppo e dunque, al di là del Covid, potrebbero essere dei sovversivi che cospirano contro il Governo. Oppure i militari distruggono i pupazzi di neve dei bambini perché qualcuno ci disegna sopra i baffetti neri tipici di Lukašėnka. O ancora, basta uscire per strada con una sciarpa biancorossa: si viene picchiati o arrestati e caricati sui furgoni delle forze armate.

Vuoi lanciare un appello ai bielorussi che combattono contro il regime?

Dopo la notte più buia, sorge sempre il sole. Posso dire di non arrendersi e non fermarsi: continuare a protestare pacificamente. Nella storia delle dittature non c’è mai stato un caso di vittoria senza violenza: possiamo essere i primi a farlo, dando un esempio al mondo. E dobbiamo coinvolgere anche l’Europa e gli enti internazionali, per fargli capire che in oltre 20 anni il Paese non si sviluppa, ha un debito pubblico mostruoso e la vita non può andare avanti.

Ilya Silchukou ha deciso di chiudere l’intervista raccontando una barzelletta anti-regime che circola tra gli oppositori dell’attuale presidente della Bielorussia: Putin e Lukašėnka si incontrano. Putin chiede a Lukašėnka: “Aljaksandr, perché le mucche da voi in Bielorussia producono latte due volte rispetto alle nostre in Russia? Eppure abbiamo le stesse mucche, le stesse stalle, gli stessi pastori, la stessa terra e lo stesso sole!”. Lukašėnka gli risponde: “È molto semplice. Ho radunato tutte le mucche e a ciascuna ho detto: o latte, o carne!”.