Scuola: indietro non si torna, ma bisogna cambiare, guardando al futuro

Continuiamo l’esplorazione della galassia scolastica, cercando di comprendere meglio alcuni aspetti e quanto e come è cambiata l’esperienza educativa in era Covid.

 

La professoressa

Abbiamo parlato con la professoressa Silvia Minardi, docente di lingue al Liceo Linguistico Quasimodo di Magenta. La docente ci ha tratteggiato in modo puntuale e preciso la situazione scolastica e ha proposto anche interventi necessari e urgenti per tornare a una dimensione più consona all’apprendimento e all’insegnamento efficace.

 

Cosa è cambiato a scuola?

Insegno in una scuola secondaria di II grado e dopo essere stati a scuola per un mese circa, a novembre scorso siamo ritornati a fare scuola a distanza. Le Linee Guida del Ministero ci hanno imposto delle novità rispetto all’esperienza dello scorso anno, ma sostanzialmente significa fare lezione da dietro uno schermo usando una piattaforma su cui si fa tutto: si assegnano compiti, si condividono materiali, si fanno test e verifiche, alcuni docenti spiegano, altri interrogano anche. Rispetto alla scuola che tutti conosciamo è cambiato tutto.

Silvia Minardi

Le tecnologie aiutano a tenere aperto un rapporto, c’è uno scambio che, però, non è uguale a quello che accade in una classe con trenta adolescenti e in una scuola dove si impara anche a stare con gli altri. Apprendere è relazione.

 

Le problematiche della Dad: la relazione

Credo che le questioni che più mi fanno pensare sono almeno tre. 

La prima è un problema, per me irrisolvibile: la mancanza di una relazione quotidiana reale con gli studenti, c’è bisogno della presenza, degli sguardi, dei gesti. Le tecnologie aiutano a tenere aperto un rapporto, c’è uno scambio che, però, non è uguale a quello che accade in una classe con trenta adolescenti e in una scuola dove si impara anche a stare con gli altri. Apprendere è relazione.

 

L’uso delle tecnologie

La seconda questione riguarda le tecnologie: l’esperienza mette a nudo e, forse, amplifica tutta una serie di differenze. Ci sono studenti che fanno lezione online nella loro cameretta con un computer tutto per loro e una connessione alla rete senza problemi. Ma ci sono studenti che, magari, fanno lezione nello stesso locale in cui un fratello o una sorella stanno facendo la stessa cosa oppure un genitore sta lavorando in smart-working. Spesso l’unico computer che c’è viene condiviso e allora, ci sono studenti che usano il cellulare per seguire le lezioni e fanno tutto sul cellulare: ascoltano, provano a intervenire se l’insegnante li chiama, leggono dallo schermo gli appunti che, magari un compagno condivide, ecc. E la connessione è sovente instabile: quante volte succede che per restare collegati ti chiedano di spegnere la video camera perché altrimenti “salta tutto”.

 

La formazione degli insegnanti

La terza questione è che nessuno di noi è stato formato a usare un device o una piattaforma. Non è una questione di formazione sulle tecnologie il problema della classe docente oggi. Non siamo formati a fare didattica con le tecnologie: ad esempio, se si sa come gestire una classe in presenza, non è detto che sia la stessa cosa a distanza. Quindi, si finisce per replicare quello che si faceva in classe: si parla da dietro uno schermo, si registrano video-lezioni, si invia materiale da studiare, si fissa un appuntamento e durante una call si interroga. E si cercano le soluzioni tecnologicamente migliori per fare tutto questo. Cosa poi concretamente accada nella mente degli studenti questo è difficile da dire.

 

Indietro non si torna: le opportunità

Sicuramente è una esperienza che sta cambiando molto la professione, ma soprattutto la didattica anche quella delle singole discipline. Si tratta di una esperienza che obbliga ciascuno di noi a interrogarsi molto su ciò che insegna (i contenuti, i percorsi per raggiungere certi obiettivi non possono essere gli stessi di prima), su come lo sta facendo, perché è il docente, non la tecnologia, che dovrebbe fare le scelte di fondo rispetto alla disciplina che insegna e, infine, su come verifica e valuta l’apprendimento. L’aspetto che preferisco assumere come positivo è che indietro non si torna.

 

Il futuro degli studenti

Sul piano dell’emergenza sanitaria, non sono un’esperta e continuo a fare le cose che posso nelle condizioni in cui ci troviamo. Ma mi piacerebbe che si parlasse presto di vaccino per docenti e studenti! E soprattutto, visto che con il virus dobbiamo convivere, mi piacerebbe una classe politica che si assumesse la responsabilità di fare scelte per me ovvie: stiamo indebitando i giovani di oggi per cifre che fanno impressione, stiamo cioè ipotecando un pezzo importante del loro futuro. Mettiamoli almeno nelle condizioni di affrontare questo futuro dando loro strumenti di conoscenza, di comprensione della realtà, sviluppiamo in loro competenze vere.  C’è bisogno di scuola che non significa, semplicemente, sostituire oggi la distanza con la presenza e, nel caso di una nuova ondata, la presenza con la distanza. Significa mettere tutti nelle condizioni di imparare. Indipendentemente dalla propria condizione sociale e dal luogo in cui l’insegnamento/apprendimento si svolge.

 

La mission degli insegnanti

Facendo riferimento alle parole della professoressa Minardi, citiamo il film “Non uno di meno” di Zhang Yimou, nel quale una giovanissima maestra supplente parte per la città alla ricerca di un suo allievo, allontanatosi per trovare lavoro per poter curare la madre malata. Pur se in un contesto differente e rimanendo con i piedi ben ancorati alla realtà, assolutamente non paragonabile alla finzione cinematografica, mi piace mutuare e richiamare l’idea che gli insegnanti non possono perdere o lasciare indietro nessuno dei bambini/ragazzi affidati loro. Ma per poter fare questo, occorre che il sistema scuola e tutto ciò che ruota attorno ad esso funzionino, siano di supporto.