Pandemie attraverso la Storia: da Tucidide a Manzoni – Prima parte

09/12/2020|In CULTURA, ITALIA|By Angelo Calianno

Durante la sua storia, l’essere umano si è sempre dovuto misurare con le pandemie. Alcune di minore importanza e diffusione territoriale, altre veri e propri flagelli. Pochi sono stati i periodi storici in cui le civiltà hanno vissuto in pace. Una grande differenza tra la pandemia che viviamo oggi, quella del Covid19, e quelle del passato, sta sicuramente nella comunicazione sociale e nel modo di raccontare  gli eventi. Mai, come prima d’ora, il mondo è stato così connesso. Mai, nella Storia, un’epidemia ha avuto risonanza mediatica così alta; ma, le grandi epidemie del passato, il modo di affrontarle e la reazione della gente, non erano poi così diverse da quelle di oggi. La diffidenza dell’opinione pubblica verso le istituzioni, la chiusura dei confini e la strumentalizzazione delle notizie, lo dimostrano.

 

Come spesso abbiamo modo di riscontrare, la Storia è ciclica e continua a ripetersi, sotto diverse forme. Vi è, però, una premessa importante da fare: le grandi epidemie sono state diverse dal punto di vista dell’approccio scientifico. Alcune batteriologiche (come la peste bubbonica) più facili da curare (oggi lo si fa con gli antibiotici), altre virali, molto più difficili da debellare, come il Covid19.

Un particolare deve farci riflettere: nessuna delle malattie del passato è davvero scomparsa. Esistono ancora tutte e si ripresentano in modo diverso, ogni anno.

Chi ci ha raccontato le epidemie? Come accade sempre nella Storia, raramente possiamo avere la matematica certezza dei fatti, ma facciamo riferimento ai racconti dei cronisti dell’epoca. Le testimonianze più consistenti del passato, ce le lasciano proprio scrittori e novellisti (come Giovanni Boccaccio, che racconta la peste del ‘300).

 

Per trovare la prima epidemia “documentata” della Storia, dobbiamo andare ad Atene tra il 427 e il 430 avanti Cristo.

Lo storico e militare ateniese: Tucidide, racconta di una devastante peste durante la guerra del Peloponneso che contrappose Atene a Sparta. In seguito all’ attacco degli Spartani, parte della popolazione si rifugiò tra le mura del Pireo, dove scarsità di igiene e sovraffollamento, favorirono la diffusione dell’epidemia che decimò la popolazione. Al principio furono accusati del contagio i profughi provenienti dall’ Etiopia ed in seguito gli Spartani, rei di aver avvelenato i pozzi. Non c’è però nessuna certezza per entrambe le teorie. Negli anni, analizzando le testimonianze storiche, si è capito che molto probabilmente non si trattò di peste, ma di febbre tifoide o vaiolo.

Tucidide scrisse: «I sani, senza apparente cagione, si sentivano assaliti da un gran calore di testa; gli occhi si facevano sanguigni ed ardevano: la lingua diventava sanguinolenta, il fiato fetido ed insopportabile. Venivano poi gli starnuti e la raucedine e quindi, scendendo il male nel petto, l’opprimeva con tosse gagliarda, che cagionava vomiti molesti e dolorosi. Veniva poi un singhiozzo con terribili convulsioni, il corpo si faceva arrossato e livido, e sorgevano ulcere e pustole, con un ardore che struggeva i visceri, e molti si gettarono nei pozzi tanta era l’ambascia della sete che li ardeva». Non ci fu cura per la “Peste di Atene”; lo stesso Tucidide si ammalò, riuscendo poi a sopravvivere. I rimedi usati furono prettamente dettati dalla superstizione: sacrifici di animali, consultazione degli oracoli. La descrizione della peste nell’ opera storica di Tucidide, La guerra del Peloponneso, rimane uno dei racconti più precisi, riguardo ad un’epidemia, di tutto il mondo antico.

Sotto il regno di Marco Aurelio, la peste antonina (o di Galeno), fu un altro flagello che colpì il mondo conosciuto, tra il 165 e il 180 dC.

Anche in questo caso la parola ”peste” indicava il flagello, ma probabilmente si trattò di un’epidemia di morbillo. Gli eventi vennero raccontati, con dovizia di particolari, da Galeno. Il celebre medico scrisse 500 libri, di cui circa 150 a carattere medico. Difficile dare un numero preciso di morti (le fonti oscillano tra i 5 ed i 30 milioni di vittime). Quello che sappiamo è che durò circa 30 anni e che svuotò l’Impero di legionari, contadini, operai. L’Impero Romano mise in atto uno stratagemma per sopperire alla moria dei suoi uomini. La classe dirigente imperiale decise di aprire i confini a tutti quei migranti che, per anni, avevano provato a violarli. Ogni volta che un nuovo focolaio di peste si presentava, Roma ripopolava le città con gli stranieri. Questa scelta, molto probabilmente, permise all’Impero di continuare ad esistere per i secoli successivi.

 

La Peste di Giustiniano fu un’epidemia che colpì il territorio dell’Impero Bizantino nel 541, sotto l’imperatore Giustiniano.

In questo caso, molto probabilmente, possiamo parlare di epidemia di peste così come la intendiamo noi. L’antenata di quella che sarebbe stata la “Peste Nera” mille anni dopo, proveniente dallo stesso batterio: Yersinia pestis. L’evento venne raccontato dallo storico Procopio, che calcolò, dieci mila morti al giorno nella sola Costantinopoli. Basandoci sugli scritti di Procopio, questa pestilenza risulta una delle più devastanti della storia (tanto che ebbe peso sulla guerra Gotica). In realtà, a parte Procopio, non abbiamo molti riscontri, molto probabilmente i numeri sono stati sovrastimati per dare una ragione, plausibile, alla sconfitta dell’Impero su vari fronti. La peste di Giustiniano si può annoverare tra quelle “bubboniche”, ovvero che comporta il rigonfiamento dei linfonodi. Gli unici rimedi usati all’epoca, furono dei bagni caldi, si pensava in questo modo di far uscire gli umori “cattivi” dal corpo dei malati.

Di tutte le epidemie della Storia forse quella più tremenda e più raccontata, è sicuramente la peste nera del ‘300, che colpì l’Europa tra il 1346 e il 1350.

I primi anni del 1300 hanno diverse cose in comune con il nostro periodo storico. Una su tutte: il cambiamento climatico, anche se opposto a quello che stiamo vivendo noi. Nel 1314, la temperatura si abbassò, causando piogge torrenziali e inondazioni dei campi; questo portò carestie e povertà su cui la peste (in Europa causata principalmente dai ratti e trasmessa all’ uomo dalle pulci), trovò terreno fertile. Altro punto in comune con la peste del ‘300 fu la credenza (molto probabilmente errata) che l’epidemia arrivasse dall’oriente, in particolare dalla Cina. In realtà, leggendo le testimonianze, la Cina in quel periodo fu soggetta a peste polmonare, mentre l’Europa venne investita da quella bubbonica.
Le prime contromisure prese furono proprio quelle che noi oggi chiamiamo:” lockdown”. Città, al tempo molto moderne, limitarono l’accesso degli stranieri, soprattutto delle navi che arrivavano da oriente. I confini delle grandi capitali venivano pattugliati per limitare gli ingressi. Un esempio interessante è quello della città di Firenze, dove fu istituita una sezione addetta alla pulizia delle strade, che in quegli anni, strabordavano di immondizia.

 

Chi ha raccontato la Peste del ‘300? Rispetto alle epidemie del mondo antico, la peste nera venne raccontata da centinaia di cronisti, storici, scrittori e medici. Grazie ai tanti documenti ne conosciamo i sintomi, le vicende sociali e le conseguenze, uno su tutti in Italia, è una delle fonti più autorevoli: il Decameron di Giovanni Boccaccio

Boccaccio racconta di una società allo stremo delle forze, dove i malati erano lasciati soli dagli stessi parenti, per paura del contagio. Un altro particolare interessante, raccontato da Boccaccio, è l’elaborazione di diverse teorie tra i medici, alla ricerca di una cura, tanto che le città si riempirono di individui senza istruzione, che si vantavano di aver trovato un rimedio alla malattia. Ognuno aveva la sua opinione e la propria soluzione al problema. Per anni fu l’argomento principale di qualsiasi discussione, le città si popolarono di finti curatori e ciarlatani.

Come nelle precedenti pandemie, anche questa ebbe il proprio capro espiatorio, soprattutto nelle zone della Germania: gli Ebrei. Ci troviamo in un periodo di caccia alle streghe e processi agli eretici., Molti ebrei vennero linciati e giustiziati, soprattutto nelle città di Spira, Magonza, Worms e Colonia. In altre città tedesche, ci furono decine di suicidi di massa per sfuggire alle persecuzioni.

Gli Ebrei, molto probabilmente, vennero accusati perché di fatto, pochissimi della loro comunità si ammalarono o morirono di peste. La spiegazione più plausibile sta nella pratica igienica della cura della persona a scopo salutistico (più attenta e rituale all’ interno della religione ebraica) e nelle regole della dieta kosher, che ha norme igieniche più accurate.

Difficile è stabilire un numero esatto di vittime, soprattutto perché la peste colpì i ceti sociali più poveri, in Europa si stima comunque che scomparve un terzo dell’intera popolazione. Ci vollero dagli 80 ai 100 anni circa, per ripopolare nuovamente il Vecchio Continente.

 

Il medico francese Guy De Chauliac scrisse: “Si moriva senza servitore, si veniva sepolti senza prete, il padre non visitava il figlio, né il figlio il padre, la carità era morta, la speranza annientata».

La peste “nera” cioè quella bubbonica, oggi si cura con gli antibiotici, ma come detto in apertura, non è affatto sparita. Nel 2019 ci sono stati circa 100 casi nel mondo: in Cina, Mongolia, Sud America, Africa. La malattia trova ancora diffusione dove scarseggiano le norme igieniche e le contromisure mediche. La peste, in mancanza di terapie, è ancora mortale: il 40% di mortalità nel caso della peste bubbonica ed il 100% nel caso di quella polmonare.

Nell’attesa della seconda puntata, per ulteriori approfondimenti di carattere storico-culturale visita Senza Codice di Angelo Calianno