Appunti per la scuola: cosa occorre quando la situazione diventa pericolosa e ingestibile, con un occhio al dopo

A tutti noi sta a cuore il tema scuole aperte. Il ritorno in presenza per gli studenti delle superiori è quello che tutti auspichiamo, ma oltre al problema dei trasporti (qui la nuova piattaforma Scuole TPL in rete, lanciata da Città Metropolitana di Milano), ci sono ben altre questioni da risolvere per tutte le scuole. Dopo la pausa natalizia, le scuole superiori continuano con la didattica a distanza, rinviando nuovamente il rientro in presenza. Ma l’unico elemento cruciale che accomuna tutti i gradi e gli ordini di scuola è capire quanto e se sono realmente sicure le scuole e come renderle tali in piena pandemia.

Le problematiche strutturali, organizzative, a livello di personale, in tanti casi le abbiamo ereditate da decenni di riforme e controriforme che però non hanno conosciuto quell’investimento e quelle prospettive di cambiamento di cui la scuola aveva bisogno.

Si è assistito a una sorta di rimozione e minimizzazione dei problemi, nascosti tra le maglie di una scuola sempre più gestita come un’azienda, ma con una serie di ritardi profondi, che scontavano anni di carriere di insegnamento precario, poca o nulla continuità didattica, poche motivazioni e supporto alla classe insegnante, classi con un numero di alunni gonfiato a dismisura a scapito della qualità dell’apprendimento, accorpamenti di istituti con conseguente mole di studenti e problematiche diverse e complesse da gestire sotto un’unica dirigenza. Ne abbiamo parlato tanto, il Covid ci ha riportati a parlare di scuola, anche se non sempre nella corretta direzione.

Al di là di banchi e scaglionamenti degli ingressi, in generale si è ritenuto sufficiente tornare in classe in piena pandemia così come era prima.

Eppure il mondo scolastico non è una bolla indipendente dall’esterno, ma è un corpo complesso e articolato, strettamente interconnesso con elementi del contesto di quartiere e cittadino, in molti casi extraurbano

Un luogo che mette in moto e in relazione milioni di individui con abitudini e comportamenti differenti, che è inevitabilmente ad alta promiscuità, in cui le regole che si rendono necessarie in pandemia e non solo, non sempre hanno un’applicazione sufficiente e esattamente coincidente con quanto sperato. Si pongono dei protocolli, ma è evidente che a seconda di tanti fattori, in primis l’età degli alunni, si otterrà un effetto assai variegato. Non è solo una questione di didattica/attività possibile in presenza, con tante regole, ma si dovrà necessariamente rivedere: i compiti degli insegnanti, chiamati ad assumere anche il ruolo di sorveglianti con tutte le difficoltà connesse; i tempi scuola e come articolare la giornata; il ruolo dei genitori e la loro capacità di assumersi nuove responsabilità; la gestione dei numerosi periodi di interruzione della frequenza.

La scuola, non essendo un involucro di un sistema avulso dal resto, avrebbe necessitato di una analisi ponderata di tutte le interconnessioni e variabili esterne che avrebbero potuto inficiare la sicurezza a scuola. Poi è venuto meno quasi subito il monitoraggio e il tracciamento a scuola, si è sospesa una iniziale operazione di reporting scolastico sui casi registrati (su cui Wired ha pubblicato di recente un articolo). Il Centro scolastico territoriale pare non essere informato di questi dati, in possesso dal Ministero dell’Istruzione, seppur risalenti a fine ottobre.

Si susseguono articoli e studi in merito sulla situazione italiana e all’estero (vedi qui e qui). È lecito domandarsi su quali dati e basi si è deciso di tenere aperte o chiuse le scuole, o parte di esse. I criteri chiari e condivisi che sono alla base di qualsiasi valutazione, qui appaiono invece parziali e non patrimonio comune di chi dovrebbe partecipare alle decisioni. Di fatto non si comprende perché non avviare una verifica progressiva e puntuale sui territori come ipotizzato dal professor Crisanti.

Poi c’è l’eterogenea e variegata applicazione dei protocolli e delle regole che può portare a perdere il controllo della situazione. Ci sono scuole che funzionano perché c’è una piena collaborazione a tutti i livelli e genitori che, se non sono responsabili loro, vengono responsabilizzati e obbligati a rispettare le regole, altrove ognuno si regola come vuole e conviene. Quindi, se io mi attengo alle regole e non mando a scuola un figlio malato, lui perderà enne giorni di scuola, senza peraltro aver diritto alla DAD, attiva solo per le quarantene, mentre gli altri frequentanti nonostante abbiano sintomi vari, continueranno ad usufruire della scuola, non perderanno lezioni, continueranno a diffondere virus di ogni tipo, perché tanto nessuno controlla.

Questo è il diritto/dovere all’istruzione, pieno di buchi e altamente diseguale, che non è sicuro per nessuno, laddove si lascia che sia… Certo, non si può generalizzare, ma nemmeno dire che tutte le scuole godono di una situazione uniforme.

Quando nella realtà i protocolli iniziano a mostrare i propri limiti, il rischio che la fiducia sulla “sicurezza” delle scuole venga a diminuire o crolli è concreto: un serbatoio immenso di persone in grado di prendere e trasmettere il virus, se non fai tamponi a tappeto e tracciamento, se c’è poco raccordo con le autorità sanitarie, spesso in affanno e ritardo. Ci si affida al senso civico dei singoli, ma può verosimilmente  innescarsi un incremento esponenziale del rischio. La scuola è un anello della complessa catena dei contagi, in cui non puoi permetterti di sottovalutarne nemmeno uno.

Ed è anche una questione di bilancio nazionale, di risorse e investimenti pubblici che permettano di fare interventi strutturali su edifici, spazi, organici scolastici. Sindacati e Rete degli Studenti Medi lo chiedono. A mio avviso sarebbe anche utile che vi fosse un maggior raccordo tra genitori e scuole: prima di settembre avremmo dovuto agevolare l’ascolto delle necessità reali e i contributi che i genitori avrebbero potuto portare in ogni singolo istituto, si sarebbero potute trovare soluzioni sia pratiche, che d’orario, che di organizzazione del tempo scuola, una sua rimodulazione, ridisegnando classi, spazi, cercando formule nuove e più a misura di ciascun tipo di scuola. Invece spesso si è riproposta la scuola pre Covid, pensando che altrimenti i genitori non avrebbero capito, accettato, collaborato.

Si è, politicamente e amministrativamente, avuto un approccio “conservatore”, a difesa del pregresso, quando avrebbe potuto essere l’occasione di rivoluzionare in meglio e realizzare una “forma scuola” nuova. Con il dialogo si sarebbe creata una proficua collaborazione con i genitori, coinvolgendoli, anche i più refrattari ai cambiamenti si sarebbero ricreduti. Lo si doveva fare per il benessere degli alunni e per rendere più agevole il compito degli insegnanti, soprattutto lo si doveva fare per tutelare tutti i soggetti coinvolti. Ci si è seduti sul passato, senza lavorare criticamente sul pre Covid, senza pensare che i trasporti non avrebbero retto, senza organizzare un sistema di test e tracciamento solido, senza pensare che le criticità pre Covid andavano sanate.Si è  da subito instaurata una sorta di mega reazione allergica alla Dad o Ddi, demoni assoluti e diventati l’unica magica fonte di disuguaglianze e lacune, un modo per non affrontare ciò che già ammorbava la scuola pre Covid. Buona come capro espiatorio di tutti gli errori da evitare o che avrebbero dovuto essere evitati.

Intanto, tra regionalismi e localismi, la scuola ha seguito un percorso multiforme, eterogeneo, a macchia di leopardo, lasciando in presenza scuola dell’infanzia e elementare, quasi come se fossero dotate di una sorta di immunità naturale, o più realisticamente perché funzionali al sistema lavorativo degli adulti. La Dad demone sacrificale, eppure sappiamo che nei curricola e nei percorsi universitari dei professionisti dell’insegnamento e dell’educazione da anni è entrato lo studio di sistemi e tecniche didattiche non tradizionali, per cui questo ostracismo nei confronti della didattica a distanza poco collima con un inevitabile e necessario progresso e cambiamento iniziato già da tempo.

Non è la fine della didattica, né un surrogato, un ripiego, sarà parte di una sua evoluzione, di una sua espansione. Ci si sta arroccando in una resistenza quasi fideistica nel modello di scuola novecentesca, quando questa è l’occasione per riuscire a costruire un mix di modelli direttamente sperimentabili. Le nuove generazioni lavoreranno molto probabilmente in queste nuove formule e mix, sarebbe utile non negare questa occasione, non cestinarla in automatico, senza avervi lavorato a estrarne gli aspetti più utili e interessanti, più vicini alle modalità di interazione, di apprendimento, di gestione dei contenuti delle nuove generazioni.

Sarà inutile parlare di competenze digitali e di media education a scuola se non vorremo mai affrontare alcuni necessari e irrinunciabili passaggi, soprattutto smontando pregiudizi e formando adeguatamente gli insegnanti, pensando in modo complementare a didattica tradizionale e nuovi metodi e strumenti che prevedono l’uso delle nuove tecnologie digitali. Insomma, un approccio multimodale all’insegnamento e all’apprendimento, con un’alfabetizzazione necessaria a linguaggi nuovi e multiformi.

Quindi, occorrono interventi multilivello, alcuni di carattere infrastrutturale, come la climatizzazione sull’esempio del sistema di aspirazione dell’aria delle scuole in Germania, a Magonza, con la collaborazione dell’istituto Max Planck, e ambienti sanificati adeguatamente.  Altri relativi alle dimensioni degli spazi e delle classi (dimezzamento delle classi, raddoppio di insegnanti e ATA e degli spazi), alcuni riguardanti i DPI e i supporti di sorveglianza sanitaria attiva: mascherine obbligatorie in classe, presidio medico scolastico, tracciamento e tamponi obbligatori per tutti i contatti stretti di positivi, asintomatici e non, testing periodico su campioni scolastici, igiene reale negli spazi comuni; altri quali soluzioni per salvaguardare soggetti fragili a scuola e in famiglia. Ciò che servirebbe per le scuole italiane è un intervento articolato, ma necessario.

Certamente l’unico modo per declinare la parola “sicurezza” nel modo giusto, senza svuotarla di senso o appiattirla a una cieca pretesa di aprire le scuole e tenerle aperte senza di fatto aver curato il complesso organismo scuola, ampiamente vascolarizzato da fattori eterogenei e intensamente interconnesso con gli altri elementi del corpo sociale e del tessuto cittadino. Ogni intervento inevitabilmente andrà calato e adeguato alla situazione contingente, a seconda delle dimensioni della scuola, della sua collocazione geografica, della grandezza della località e dei bisogni peculiari di ogni singolo istituto. E sicuramente, non si dovrà più risparmiare e tirare la cinghia sulla scuola, altrimenti saranno discorsi vani e ipocriti quando oggi si sente parlare di centralità della Scuola. Mentre in Germania si investe decisamente per impianti di aerazione nelle scuole per ridurre il problema di un eventuale contagio da aerosol, da noi ci si affida a finestre aperte e ricambio d’aria da correnti “naturali”. E in Germania, con una situazione molto vicina alla nostra per i numeri dell’epidemia, si scelgono misure più stringenti, che hanno visto una chiusura delle scuole dal 16 dicembre.

Insomma, occorre investire e fare scelte anche dure quando la situazione diventa pericolosa e ingestibile. È da adulti capire quando e come fermarsi, dove e quanto investire. Per la salute e per la Scuola. Questi gli ultimi dati del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: all’ istruzione e alla ricerca, col recovery plan sono destinate queste risorse: 28,49 miliardi, di cui 16,72 per “Potenziamento delle competenze e diritto allo studio” cioè dedicato al potenziamento della didattica. Si prevede un notevole sforzo per colmare il ritardo del Paese nelle strutture e nei servizi dedicati all’età prescolare con un rafforzamento del piano asili nido e servizi integrati per favorire l’occupazione femminile, iniziative per il contrasto alla povertà educativa e per la riduzione dei divari territoriali nella quantità e qualità dell’istruzione, in particolare nel Mezzogiorno, interventi per la didattica digitale integrata, per le competenze STEM e il multilinguismo, con un focus specifico alla formazione delle donne.

Considerando che abbiamo alle spalle anni di disinvestimenti, dovremo monitorare cosa verrà fatto nella pratica.