A Milano una mostra “still life” illumina il lato oscuro del cibo

“L’estetica del cibo è una nuova religione, che confonde attraverso il piacere del gusto e della bellezza, e nasconde una realtà cruenta ai danni di tutto l’ecosistema”, recita la presentazione all’ingresso della mostra “q.b. (quanto basta) Il lato oscuro del cibo”, in scena fino al 9 ottobre allo Spazio Lambrate di Milano.

 

Alle origini di un’inchiesta sul lato oscuro del cibo

Un’inchiesta fotografica pensata e realizzata in oltre un anno di lavoro dalle fotografe Marzia Rizzo e Maria Cristina Anelli con l’obiettivo di mettere in luce come le nostre scelte alimentari possono influire sull’ecosistema. Entrambe professioniste prolifiche e sensibili al tema dell’alimentazione, hanno dedicato mesi a questo lavoro.  “Stando sul set ogni giorno e vivendo praticamente assieme. Perché ogni cosa va studiata, oltre che pensata. L’obiettivo che ci siamo poste è stato quello di rappresentare al meglio e rendere il più possibile realistico questo mondo”, afferma Maria C. Anelli.

 

Un lavoro che, soprattutto per Marzia, è l’espressione di una scelta di vita: La mia sensibilità verso questi temi nasce durante l’infanzia quando, nonostante gli sforzi di mia madre, mi rifiutavo di mangiare carne, per amore degli animali. Allora si trattava di una scelta sentimentale. Poi, crescendo, attraverso progetti ecologici, ambientalisti e animalisti, ho preso sempre più coscienza di quella che è diventata  una scelta di vita”.

In foto Marzia Rizzo - Ph. Eleonora Pagni

Ph. Eleonora Pagni

“L’estetica del cibo è una nuova religione, che confonde attraverso il piacere del gusto e della bellezza, e nasconde una realtà cruenta ai danni di tutto l’ecosistema”

La tecnica still life

Un percorso fotografico in cui il cibo è ritratto come siamo abituati a vederlo quotidianamente: ben disposto sui piatti o sui banconi della grande distribuzione. L’utilizzo di colori pop stuzzica la curiosità dello spettatore, ma davanti ad un “cocktail con delitto” o a delle “mele varietà nervino” titoli e immagini portano a riflettere. Così, delle salamelle alla griglia sovrapposte a una vasca di letame rimandano alle terribili condizioni di vita dei maiali; 113 grammi di hamburger su un letto di ghiaia e rami secchi alludono alla enorme esigenza idrica della catena di allevamento e lavorazione degli alimenti di origine animale.

 

In questo senso, la tecnica dello still life conferisce un potere simbolico all’oggetto fotografato. “Le “galline in formato A4” è la fotografia a cui sono maggiormente legata”- rivela l’artista Marzia Rizzo -“Avevo chiesto delle galline morte al contadino da cui vado a fare la spesa. Quando ho saputo che le aveva “uccise” apposta per me…Mi sono sentita con la coscienza sporca. Ho pianto per una settimana perché avevo davanti a me un animale che sembrava quasi il mio cane. Nella foto ho cercato di posizionarle in modo da ridare loro una dignità”.

“Siamo abituati a non vivere a contatto diretto con gli animali e la natura, quindi tutto questo sistema non lo vediamo. Per noi è come se non ci fosse”

A questo proposito, l’artista tiene a precisare che non basta (e probabilmente non serve) aderire ciecamente ad una cultura alternativa dell’alimentazione (in questo caso quella vegana) per ridurre il nostro impatto sul pianeta: “L’approccio ‘tu stai mangiando cadaveri’ non lo condivido-spiega Rizzo- prima di capire che è un cadavere bisogna sapere tutto ciò che sta dietro al prodotto finito. Dal momento in cui sei consapevole, la scelta se uccidere o no è soltanto tua. Io ti dimostro che sbagli, ma poi dipende tutto da te. Credo che la scelta alimentare del singolo sia una forma di libertà molto importante”. Un approccio “democratico” quello dell’artista, a dimostrazione del fatto che per ripensare il rapporto uomo-animale non è necessario eliminare i propri dati culturali, bensì conoscerli fino in fondo e da essi trarne maggiore consapevolezza. Come? “informandosi, andando a conoscere fino in fondo ciò che accade nel percorso della filiera. E’ difficile non commettere sbagli, ancor di più non ammetterli. Ma è da questi che si deve partire se si vuole cambiare”, afferma la fotografa.

Una filiera che poi, tra le tante cose, è fatta anche di tanti esseri umani, lavoratori vittime di un sistema che non conosce gerarchie flessibili e che noi, consumatori finali, contribuiamo a creare e mantenere. Ed è proprio sulle condizioni di lavoro nel settore animal-alimentare e sull’importanza del capitale umano che le due artiste vogliono concentrarsi per le prossime inchieste fotografiche.

Inizialmente il focus era la salute del consumatore -raccontano Rizzo e Anelli- successivamente, è emerso un interesse anche verso l’aspetto etico. Ora, abbiamo constatato che, quando si parla di cibo e alimentazione, non puoi trascurare la dimensione di chi lavora nel settore. Per i trader i guadagni sono alti, ma tutto avviene a scapito dei lavoratori. Approfondire il punto di vista dell’operatore, specie in riferimento al nostro territorio, è sicuramente un obiettivo del futuro”.

 

Ph. Eleonora Pagni